Visto che sono in tanti, magari con meno titoli di quanto ne abbia io, a chiedersi “Che fare del PD Siciliano”, provo anch’io a farmi la domanda e a rispondervi.
Se fossimo in una democrazia normale, dopo le reiterate sconfitte alle elezioni nazionali, regionali, provinciali e comunali, l’unica possibilità che rimarrebbe sarebbe che i vertici del PD (mi riferisco a quelli che hanno messo mogli, amici, figlie e segretari nel Parlamento nazionale) scomparissero dal Partito!
Pertanto, manterrebbero, comunque, il congruo vitalizio parlamentare che hanno estorto con le liste imposte dal “loft romano”….
Purtroppo, però, nel PD siciliano, come pure nel PD nazionale, non c'è una classe dirigente alternativa. Lo tsunami interno del metodo di formazione della classe dirigente nel PD è antecedente allo tsunami esterno della sconfitta elettorale ed ha distrutto ogni alternativa alla dirigenza attuale del PD, che si configura come una sorta di "cosca", che gestisce brandelli di poltrone istituzionali, comunque in esaurimento rapido per la sinistra.
Io penso che bisognerebbe ricominciare dai territori, mettendo insieme un'area vasta che dal centro dello schieramento vada fino alle frange della migliore tradizione socialista, liberale e cattolico-democratica.
A tal scopo buona mi era sembrata l'idea di Tabacci e Pezzotta, dopo soffocata dalle dinamiche cogenti delle leggi elettorali imposte dal Berlusconismo rampante e giosamente accolte anche da quei politici di sinistra dediti all'accattonaggio istituzionale. Perché questa idea non potrebbe essere perseguibile dentro un Partito Democratico assolutamente bisognoso di rifondarsi?
Quest'area potrebbe essere in grado di recuperare il radicamento territoriale, perso dalla sinistra attuale, ed anche dialogare con una "sinistra tradizionalista", oggi rimasta senza alcun riferimento politico istituzionale e anch'essa bisognosa di rifondarsi, uscendo da schemi nostalgici e attualizzandosi alla situazione politica contemporanea.
Comunque, l'unica cosa certa è che questa classe dirigente del PD, almeno in Sicilia, è arrivata al capolinea e deve scomparire o passare a destra con i vincitori, ai quali, ahimè, assomiglia troppo.
Paradossalmente, lo sponsor più sincero della ricostituzione di una vera opposizione in Sicilia, oggi, è il Presidente Regionale Raffaele Lombardo, che ha compreso che senza un'opposizione capace di fare la sua parte, lui stesso rimarrebbe ostaggio dei partiti che lo sostengono e che in toto soggiogherebbero qualunque iniziativa di governo dell'Isola alle proprie logiche interne.
Penso che anche il Gattopardo oggi avrebbe serie difficoltà a trovare una soluzione allo stato confusionale dell’attuale politica in Sicilia: forse che lui si iscriverebbe al Partito del Presidente Lombardo?
Certo che l'orizzonte che si profila in Italia per una sana democrazia non è dei più rassicuranti.
Mi piacerebbe che almeno sul blog si potesse aprire un dibattito libero su questi argomenti, che, ahimè, penso saranno ancora imbavagliati a livello politico-mediatico.
Andrea Volpe
mercoledì 18 giugno 2008
Grazie!!! Ma....!
Carissime Amiche e Carissimi Amici,
Vi ringrazio per il sostegno gratuito di cui mi avete fatto dono anche in questa competizione elettorale.
Come è noto anche dalle pagine di questo blog, mi è stato proposto di candidarmi qualche giorno prima della presentazione della lista, che alle Elezioni Provinciali avviene ad appena 3 settimane dalla consultazione elettorale.
In sole 3 settimane di campagna elettorale ho raccolto nel territorio del “Collegio n. 5” 491 voti, sostenendo con la mia persona l'identità del Partito Democratico, per il resto totalmente assente per struttura territoriale e capacità organizzativa.
Nel mio Collegio non è scattato nemmeno un seggio ed in ogni caso non sarei stato io a prenderlo, perchè il più votato ha preso appena 464 voti più di me, una differenza facilmente colmabile, se avessi potuto contare sull'aiuto di una pur piccola struttura organizzata.
Al momento della candidatura appariva possibile un aiuto da parte di alcuni quadri sindacali CISL. Questo aiuto è, però, andato integralmente ad un altro candidato, che ha preso all’incirca i miei stessi voti.
Se non si vuole abbandonare chi ha preso la decisione di disperdere il voto cislino ad un giudizio di insulsaggine politica, non rimane che attribuire tale decisione a una sorta di accordo implicito con la CGIL, che sosteneva il candidato, che dopo è risultato il più votato.
Ho ricevuto il sostegno a puro titolo personale di qualche rappresentante politico, che, comunque, ringrazio, indipendentemente da ciò che ha potuto fare in una competizione elettorale per noi veramente complicata.
Oggi, essendo fuori da un regime di voto d'opinione, come una volta si chiamava, ed essendo, invece in un regime di voto clientelare, purtroppo è necessario avere dietro un sindacato o un patronato o un'associazione imprenditoriale o, comunque, una qualche “agenzia” capace di indirizzare voti in cambio di servizi resi!
Certo che l'orizzonte che si profila in Italia per una sana democrazia non è dei più rassicuranti.
Ancora grazie, con stima e simpatia,
Andrea Volpe
Vi ringrazio per il sostegno gratuito di cui mi avete fatto dono anche in questa competizione elettorale.
Come è noto anche dalle pagine di questo blog, mi è stato proposto di candidarmi qualche giorno prima della presentazione della lista, che alle Elezioni Provinciali avviene ad appena 3 settimane dalla consultazione elettorale.
In sole 3 settimane di campagna elettorale ho raccolto nel territorio del “Collegio n. 5” 491 voti, sostenendo con la mia persona l'identità del Partito Democratico, per il resto totalmente assente per struttura territoriale e capacità organizzativa.
Nel mio Collegio non è scattato nemmeno un seggio ed in ogni caso non sarei stato io a prenderlo, perchè il più votato ha preso appena 464 voti più di me, una differenza facilmente colmabile, se avessi potuto contare sull'aiuto di una pur piccola struttura organizzata.
Al momento della candidatura appariva possibile un aiuto da parte di alcuni quadri sindacali CISL. Questo aiuto è, però, andato integralmente ad un altro candidato, che ha preso all’incirca i miei stessi voti.
Se non si vuole abbandonare chi ha preso la decisione di disperdere il voto cislino ad un giudizio di insulsaggine politica, non rimane che attribuire tale decisione a una sorta di accordo implicito con la CGIL, che sosteneva il candidato, che dopo è risultato il più votato.
Ho ricevuto il sostegno a puro titolo personale di qualche rappresentante politico, che, comunque, ringrazio, indipendentemente da ciò che ha potuto fare in una competizione elettorale per noi veramente complicata.
Oggi, essendo fuori da un regime di voto d'opinione, come una volta si chiamava, ed essendo, invece in un regime di voto clientelare, purtroppo è necessario avere dietro un sindacato o un patronato o un'associazione imprenditoriale o, comunque, una qualche “agenzia” capace di indirizzare voti in cambio di servizi resi!
Certo che l'orizzonte che si profila in Italia per una sana democrazia non è dei più rassicuranti.
Ancora grazie, con stima e simpatia,
Andrea Volpe
venerdì 23 maggio 2008
Elezioni Provinciali 2008
Carissime Amiche e Carissimi Amici,
In seguito alle pressanti richieste della dirigenza locale del Partito Democratico e alla luce degli incoraggiamenti pervenutimi da molti di Voi, mi sono deciso a candidarmi alle elezioni provinciali di Palermo del 15 e 16 giugno.
Se la Provincia è una sede amministrativa molto importante per le decisioni che riguardano tutti i servizi dell’area metropolitana, altresì sarebbe ricco di significato riuscire ad occupare uno spazio politico, in un momento nel quale l’agibilità delle pubbliche istituzioni appare sempre più impedita alla partecipazione democratica dei cittadini.
Io, ancora una volta, metto a servizio della comunità la mia persona, nella speranza che questo venga compreso ed incontri risposte positive ed attive da parte Vostra.
Gli obbiettivi da centrare sono:
- incrementare l’affidabilità della proposta politica democratica a livello territoriale locale;
- consentirmi di rappresentarVi personalmente e senza mediazioni nell’ambito dell’Amministrazione Provinciale. Per realizzare questo secondo punto è indispensabile che io riesca ad essere il più votato della lista PD, giacché al meglio scatterà un solo seggio per Collegio.
-
Il Partito Democratico mi ha candidato nel Collegio n. 5 di Palermo, che comprende la 6a Circoscrizione (quartieri CEP, Cruillas, Resuttana, S. Lorenzo) e la 7a Circoscrizione (quartieri Vergine Maria, Patti-Villagio Ruffini, Pallavicino, ZEN, Tommaso Natale-Cardillo, Sferracavallo, Partanna Mondello, Arenella). Solo i residenti in queste zone di Palermo possono esprimere la loro preferenza per me, ma tutti Voi potete contribuire a raggiungere gli obbiettivi con le iniziative che riterrete più opportune ed efficaci allo scopo.
Abbiamo di fronte solo tre settimane di campagna elettorale e chi di Voi vorrà organizzare qualcosa, per cortesia lo faccia subito.
Io rimango in fiduciosa attesa delle Vostre proposte operative, che desidero ardentemente e senza le quali so che non potremmo riuscire a realizzare nulla.
A risentirci presto, con affetto,
Andrea Volpe
In seguito alle pressanti richieste della dirigenza locale del Partito Democratico e alla luce degli incoraggiamenti pervenutimi da molti di Voi, mi sono deciso a candidarmi alle elezioni provinciali di Palermo del 15 e 16 giugno.
Se la Provincia è una sede amministrativa molto importante per le decisioni che riguardano tutti i servizi dell’area metropolitana, altresì sarebbe ricco di significato riuscire ad occupare uno spazio politico, in un momento nel quale l’agibilità delle pubbliche istituzioni appare sempre più impedita alla partecipazione democratica dei cittadini.
Io, ancora una volta, metto a servizio della comunità la mia persona, nella speranza che questo venga compreso ed incontri risposte positive ed attive da parte Vostra.
Gli obbiettivi da centrare sono:
- incrementare l’affidabilità della proposta politica democratica a livello territoriale locale;
- consentirmi di rappresentarVi personalmente e senza mediazioni nell’ambito dell’Amministrazione Provinciale. Per realizzare questo secondo punto è indispensabile che io riesca ad essere il più votato della lista PD, giacché al meglio scatterà un solo seggio per Collegio.
-
Il Partito Democratico mi ha candidato nel Collegio n. 5 di Palermo, che comprende la 6a Circoscrizione (quartieri CEP, Cruillas, Resuttana, S. Lorenzo) e la 7a Circoscrizione (quartieri Vergine Maria, Patti-Villagio Ruffini, Pallavicino, ZEN, Tommaso Natale-Cardillo, Sferracavallo, Partanna Mondello, Arenella). Solo i residenti in queste zone di Palermo possono esprimere la loro preferenza per me, ma tutti Voi potete contribuire a raggiungere gli obbiettivi con le iniziative che riterrete più opportune ed efficaci allo scopo.
Abbiamo di fronte solo tre settimane di campagna elettorale e chi di Voi vorrà organizzare qualcosa, per cortesia lo faccia subito.
Io rimango in fiduciosa attesa delle Vostre proposte operative, che desidero ardentemente e senza le quali so che non potremmo riuscire a realizzare nulla.
A risentirci presto, con affetto,
Andrea Volpe
lunedì 12 maggio 2008
Che fare alle prossime elezioni provinciali di Palermo?
Carissimi Amici,
Ieri mi hanno proposto di candidarmi alle elezioni provinciali di Palermo del 15 e 16 giugno prossimo nelle fila del Partito Democratico.
La Provincia è una sede amministrativa molto importante per le decisioni che riguardano tutti i servizi d’area come lo smaltimento dei rifiuti e la tipologia del loro trattamento, i trasporti nell’area metropolitana, con particolare riferimento al passante ferroviario, l’approvvigionamento idrico, la viabilità, le aree per le attività produttive, l’edilizia sociale, le iniziative per l’incremento del turismo nel nostro splendido territorio e tantissimi altri importanti servizi.
Fino a 12 ore fa, in tutta sincerità, neppure immaginavo di coinvolgermi, ma adesso alcuni insistentemente mi hanno chiesto se ancora una volta ero disponibile ad offrire alla collettività il servizio di sottopormi al giudizio elettorale.
Non ho ancora assunto nessuna decisione, anzi la mia risposta a queste sollecitazioni è ancora negativa.
Tuttavia mi riesce difficile estraniarmi dalla possibilità di essere utile alla nostra comunità, se c’è una comune convergenza di intenti.
Per questo mi sono deciso a chiedere uno per uno il parere agli amici più cari, ricorrendo anche allo strumento nuovo e potente costituito appunto da internet.
Io potrei essere candidato per il Collegio n. 5 di Palermo, che comprende la 6a Circoscrizione (quartieri CEP, Cruillas, Resuttana, S. Lorenzo) e la 7a Circoscrizione (quartieri Vergine Maria, Patti-Villagio Ruffini, Pallavicino, ZEN, Tommaso Natale-Cardillo, Sferracavallo, Partanna Mondello, Arenella) e solo i residenti in queste zone di Palermo possono esprimere la loro preferenza per me.
Ho veramente bisogno di avere il vostro parere ed eventualmente il vostro aiuto nel coinvolgere amici e parenti in questa sfida, che sinceramente aspirerei a condividere con ciascuno di voi.
Con affetto,
Andrea Volpe
Ieri mi hanno proposto di candidarmi alle elezioni provinciali di Palermo del 15 e 16 giugno prossimo nelle fila del Partito Democratico.
La Provincia è una sede amministrativa molto importante per le decisioni che riguardano tutti i servizi d’area come lo smaltimento dei rifiuti e la tipologia del loro trattamento, i trasporti nell’area metropolitana, con particolare riferimento al passante ferroviario, l’approvvigionamento idrico, la viabilità, le aree per le attività produttive, l’edilizia sociale, le iniziative per l’incremento del turismo nel nostro splendido territorio e tantissimi altri importanti servizi.
Fino a 12 ore fa, in tutta sincerità, neppure immaginavo di coinvolgermi, ma adesso alcuni insistentemente mi hanno chiesto se ancora una volta ero disponibile ad offrire alla collettività il servizio di sottopormi al giudizio elettorale.
Non ho ancora assunto nessuna decisione, anzi la mia risposta a queste sollecitazioni è ancora negativa.
Tuttavia mi riesce difficile estraniarmi dalla possibilità di essere utile alla nostra comunità, se c’è una comune convergenza di intenti.
Per questo mi sono deciso a chiedere uno per uno il parere agli amici più cari, ricorrendo anche allo strumento nuovo e potente costituito appunto da internet.
Io potrei essere candidato per il Collegio n. 5 di Palermo, che comprende la 6a Circoscrizione (quartieri CEP, Cruillas, Resuttana, S. Lorenzo) e la 7a Circoscrizione (quartieri Vergine Maria, Patti-Villagio Ruffini, Pallavicino, ZEN, Tommaso Natale-Cardillo, Sferracavallo, Partanna Mondello, Arenella) e solo i residenti in queste zone di Palermo possono esprimere la loro preferenza per me.
Ho veramente bisogno di avere il vostro parere ed eventualmente il vostro aiuto nel coinvolgere amici e parenti in questa sfida, che sinceramente aspirerei a condividere con ciascuno di voi.
Con affetto,
Andrea Volpe
martedì 6 maggio 2008
È pensabile una società separata dalla classe politica?
Siamo in un evidente crisi di disconoscimento consensuale tra società politica e società civile.
I politici operano come se la società civile non esistesse:
- si aumentano i privilegi
- moltiplicano i benefit per sé e per i loro attacchè
- eleggono parenti, amici ed amanti
- depauperano l’Italia
- fanno leggi per cui sono loro ad assegnare posti di lavoro, appalti , prebende e quant’altro sia a portata di legge…
- presto arriveranno a nominare senatori i propri cavalli, come fece Caligola, o, più modernamente, i loro cani...
- non fanno figli, perché non riescono a decidere se farli con la prima o la seconda moglie, o con qualcuna delle amanti (però sono consapevoli che non riuscirebbero a farli con qualche trans, che di tanto in tanto frequentano).
Dall’altra parte ci sono uomini e donne che vivono come possono:
- cercano di tirare a campare come meglio riescono
- pensano che il politico abbia come compito quello di fargli trovare un lavoro (…costi quel che costi…)
- disciplinatamente vanno a votare, tanto un politico vale l’altro ed è meglio votare chi la spara più grossa
- sopportano che la classe politica faccia quel che voglia senza interferire nei loro…affari
- si indignano se gli pubblicano il reddito annuo!?!, senza pensare che questo sarebbe l’unico strumento per far venire alla luce le rapine ordite dai potenti
- convivono con un’amministrazione pubblica che deliberatamente serve solo a complicare la vita e ad estorcere soldi ai cittadini
- vivono nel proprio privato, cercando di salvare se stessi ed i propri intimi
- poco male se ogni tanto ci scappa il morto per isterismo diffuso, per prepotenza, per incidente sul lavoro, per “che interessa a me che cosa fa lui..!”, ecc.
- “munnu ha statu e munnu sarà” (-mondo è stato e mondo sarà- nel senso che non cambia mai nulla) si dice in Sicilia...!
- non fanno figli, perché “in questa incertezza economica come si fa…”, ma, GUAI SE ARRIVANO GLI EXTRACOMUNITARI!
La conseguenza di questo stato di cose è che l’Italia è in una crisi culturale, che non ha mai avuto eguali.
La crisi culturale conduce subito alla crisi morale e alla crisi economica.
Siamo ormai il fanalino di coda dell’Europa occidentale (Grecia inclusa) e, se non si fa qualcosa, anche le nazioni dell’est (Slovenia, Croazia, Bulgaria, Polonia, ecc) presto ci supereranno.
Il ricordo della grande, bella e raffinata Italia rimarrà solo nei libri di storia!
Noi italiani non ci riconosciamo più, siamo un popolo di vecchi e non vogliamo più bene nemmeno a noi stessi: viviamo una profonda crisi d’identità, dalla quale non si vede modo di uscire.
Ma si può continuare così?
Dove stiamo andando?
Cosa pensiamo di fare?
Per favore, qualcuno mi smentisca e mi faccia capire che ho scritto “cazzate…..”
Andrea Volpe
I politici operano come se la società civile non esistesse:
- si aumentano i privilegi
- moltiplicano i benefit per sé e per i loro attacchè
- eleggono parenti, amici ed amanti
- depauperano l’Italia
- fanno leggi per cui sono loro ad assegnare posti di lavoro, appalti , prebende e quant’altro sia a portata di legge…
- presto arriveranno a nominare senatori i propri cavalli, come fece Caligola, o, più modernamente, i loro cani...
- non fanno figli, perché non riescono a decidere se farli con la prima o la seconda moglie, o con qualcuna delle amanti (però sono consapevoli che non riuscirebbero a farli con qualche trans, che di tanto in tanto frequentano).
Dall’altra parte ci sono uomini e donne che vivono come possono:
- cercano di tirare a campare come meglio riescono
- pensano che il politico abbia come compito quello di fargli trovare un lavoro (…costi quel che costi…)
- disciplinatamente vanno a votare, tanto un politico vale l’altro ed è meglio votare chi la spara più grossa
- sopportano che la classe politica faccia quel che voglia senza interferire nei loro…affari
- si indignano se gli pubblicano il reddito annuo!?!, senza pensare che questo sarebbe l’unico strumento per far venire alla luce le rapine ordite dai potenti
- convivono con un’amministrazione pubblica che deliberatamente serve solo a complicare la vita e ad estorcere soldi ai cittadini
- vivono nel proprio privato, cercando di salvare se stessi ed i propri intimi
- poco male se ogni tanto ci scappa il morto per isterismo diffuso, per prepotenza, per incidente sul lavoro, per “che interessa a me che cosa fa lui..!”, ecc.
- “munnu ha statu e munnu sarà” (-mondo è stato e mondo sarà- nel senso che non cambia mai nulla) si dice in Sicilia...!
- non fanno figli, perché “in questa incertezza economica come si fa…”, ma, GUAI SE ARRIVANO GLI EXTRACOMUNITARI!
La conseguenza di questo stato di cose è che l’Italia è in una crisi culturale, che non ha mai avuto eguali.
La crisi culturale conduce subito alla crisi morale e alla crisi economica.
Siamo ormai il fanalino di coda dell’Europa occidentale (Grecia inclusa) e, se non si fa qualcosa, anche le nazioni dell’est (Slovenia, Croazia, Bulgaria, Polonia, ecc) presto ci supereranno.
Il ricordo della grande, bella e raffinata Italia rimarrà solo nei libri di storia!
Noi italiani non ci riconosciamo più, siamo un popolo di vecchi e non vogliamo più bene nemmeno a noi stessi: viviamo una profonda crisi d’identità, dalla quale non si vede modo di uscire.
Ma si può continuare così?
Dove stiamo andando?
Cosa pensiamo di fare?
Per favore, qualcuno mi smentisca e mi faccia capire che ho scritto “cazzate…..”
Andrea Volpe
martedì 15 aprile 2008
Secondo te, come è che andrà?
Mi pare importante che a caldo diamo le nostre impressioni.
Io vi dico la mia.
Secondo me l'Italia continuerà il suo lento, ma inesorabile declino, almeno per altri 10 o 15 anni, ispirandosi alle seguenti linee di vissuto esistenziale:
- intetresse privato nella pubblica gestione;
- politica come arricchimento personale;
- pubblica amministrazione a rotoli;
- decadenza materiale e biologica per scarso interesse al decoro pubblico e personale ("munnizza" e quant'altro);
- decadenza morale e spirituale;
- attaccamento al potere anche da parte delle identità spirituali;
- delinquenza e disoccupazione (queste vanno a braccetto!);
- denatalità (questo è il sintomo più devastante perchè intacca l'aspetto biologico);
- decadenza dei nostri costumi.
Non si pensi che scrivo questo perchè ha vinto "BossBerlusconi", perchè sono convinto che tutti, da Veltroni a Bertinotti, abbiamo fatto qualcosa per regalargli l'Italia!
Il fatto è che noi italiani non ci vogliamo bene, siamo un'etnia in crisi e cerchiamo le briciole di coloro che, da destra a sinistra, hanno l'arroganza di prevaricare il prossimo.
Penso che bisogna saper andare in apnea e aspettare tempi migliori, non tanto per i nostri figli, ma, se finisce bene, per i nostri nipoti.
Spes ultima dea reliquit mortales all'apertura del mitico "vaso di Pandora"! Ma, per fortuna, noi siciliani diciamo anche: "Finchè c'è vita, c'è speranza"!.
Mi auguro che non siate pessimisti come me!
Arrivederci,
Andea Volpe
Io vi dico la mia.
Secondo me l'Italia continuerà il suo lento, ma inesorabile declino, almeno per altri 10 o 15 anni, ispirandosi alle seguenti linee di vissuto esistenziale:
- intetresse privato nella pubblica gestione;
- politica come arricchimento personale;
- pubblica amministrazione a rotoli;
- decadenza materiale e biologica per scarso interesse al decoro pubblico e personale ("munnizza" e quant'altro);
- decadenza morale e spirituale;
- attaccamento al potere anche da parte delle identità spirituali;
- delinquenza e disoccupazione (queste vanno a braccetto!);
- denatalità (questo è il sintomo più devastante perchè intacca l'aspetto biologico);
- decadenza dei nostri costumi.
Non si pensi che scrivo questo perchè ha vinto "BossBerlusconi", perchè sono convinto che tutti, da Veltroni a Bertinotti, abbiamo fatto qualcosa per regalargli l'Italia!
Il fatto è che noi italiani non ci vogliamo bene, siamo un'etnia in crisi e cerchiamo le briciole di coloro che, da destra a sinistra, hanno l'arroganza di prevaricare il prossimo.
Penso che bisogna saper andare in apnea e aspettare tempi migliori, non tanto per i nostri figli, ma, se finisce bene, per i nostri nipoti.
Spes ultima dea reliquit mortales all'apertura del mitico "vaso di Pandora"! Ma, per fortuna, noi siciliani diciamo anche: "Finchè c'è vita, c'è speranza"!.
Mi auguro che non siate pessimisti come me!
Arrivederci,
Andea Volpe
domenica 6 aprile 2008
10 punti per una società capace di includere i più deboli
Riporto di seguito una proposta in 10 punti elaborata dal Jesuit Social Network per le prossime elezioni.
Da: http://www.jsn.it
In: http://www.andreavolpe.net/Varia/Jesuit/Jesuit.htm
ELEZIONI 2008: COSA CHIEDIAMO, COME VALUTEREMO
10 punti per una società capace di includere i più deboli
Chi siamo. Siamo gesuiti e laici che, in Italia, da decenni lavoriamo, ispirandoci alla pedagogia ignaziana, nell’ambito del sociale, al servizio di fasce di popolazione che, nel nostro Paese, vivono il disagio e l’esclusione. Insieme, dal 2004 abbiamo dato vita al Jesuit Social Network - JSN, non solo per coordinare i nostri servizi a livello nazionale, ma anche per dare maggior peso all’impegno di far ascoltare la voce di coloro con cui camminiamo con le nostre associazioni, i nostri centri di formazione e di ascolto, i nostri gruppi, le nostre cooperative.
Perché sentiamo la necessità di esprimerci pubblicamente in occasione di queste elezioni. È sotto gli occhi di tutti che l’attuale sistema elettorale ha prodotto
una diminuzione del potere di voto dei cittadini, che da sempre era considerato
il diritto minimo irrinunciabile per la partecipazione degli stessi all’orientamento democratico della vita pubblica del Paese.
Secondo noi, però, questa situazione non è ascrivibile solo dall’attuale legge elettorale, bensì ad una grave crisi di democrazia sostanziale, dovuta al prevalere di logiche legate a interessi privati o di parte, rispetto al bene comune e ai principi e ai valori sanciti dalla nostra Carta Costituzionale. Manca, in altre parole, una visione etica della politica.
In questo contesto, il nostro intervento intende aprire il varco per uno spazio di democrazia dal basso, mirando a dare voce alle esigenze di convivenza civile e di giustizia sociale che individuiamo come prioritarie, dal punto di vista delle persone
che incontriamo e delle situazioni di disagio e di esclusione che ne segnano
l’esistenza e la dignità, personale e sociale.
Queste esigenze – nell’orizzonte di un nuovo welfare centrato sulla persona debole
e sulla comunità civile inclusiva - non ci accontenteremo di enunciarle, ma le
consideriamo gli strumenti con cui valuteremo i programmi che i vari schieramenti presenterannon in campagna elettorale, le persone che li attueranno o rifiuteranno
d’attuarle nel corso della legislatura e i modi con cui opereranno. Valutazione che non ci limiteremo a fare teoricamente, ma che tradurremo in azioni e denunce concrete e circostanziate, utilizzando tutti i canali di cui disponiamo.
Le questioni di fondo prioritarie
1. La questione morale. Condizione indispensabile per ogni agire politico tendente al
bene comune è la correttezza morale delle persone e dell’agire dei partiti politici. Ma crediamo che la moralità non si riduca all’esibizione di una fedina penale pulita sul piano personale (che pure riteniamo irrinunciabile); essa implica una visione della politica come servizio e la scelta di non utilizzarla per interessi personali, di parte o di partito.
La scelta dei candidati, perciò, non deve riguardare solo l’individuazione di persone che non hanno carichi pendenti, ma di cittadini che, al di fuori del carrierismo politico, possano chiaramente rispondere agli elettori e esser pronti a dimettersi quando si sentono chiamati a scelte immorali, o contrarie ai diritti dei più deboli.
2. Presenza mafiosa pervasiva. Questione meridionale, e non solo. Il Mezzogiorno,
in particolare, è nella morsa delle organizzazioni criminali organizzate che condizionano, con la loro presenza pervasiva, istituzioni, comunità civile, nonché
l’economia, nelle sue realtà nazionali e locali (pizzo, usura, monopolio di alcuni mercati).
Le fasce più fragili e deboli della società sono l’area in cui le mafie reclutano e rendono capillare la loro presenza sul territorio (per es. tossicodipendenza, contrabbando, prostituzione, sfruttamento del lavoro minorile, ecc.), in particolare nelle “periferie” delle nostre città più complesse e disagiate, che richiedono la ricostruzione di un tessuto morale, relazionale, civile, urbanistico.
L’intreccio tra criminalità organizzata, politica, affari/imprese è problema nazionale, che va oltre il Mezzogiorno e il Paese, come più volte evidenziato dalle indagini della Magistratura, della Commissione Parlamentare Antimafia, da inchieste giornalistiche e saggi.
Ma preoccupanti sono i livelli internazionali dei grandi business a cui mira, con arricchimenti enormi e, quindi, con consolidamenti e condizionamenti di poteri.
D’altra parte, si constatano ogni giorno le devastanti conseguenze di questo stato di
fatto: i cittadini più deboli sono vessati, troppo spesso, da una doppia pesante esclusione: quella delle Istituzioni e quella del contro-Stato malavitoso e organizzato.
3. La politica finanziaria e difesa dei beni comuni. Priorità assoluta, dal nostro
punto di vista, è il modo con cui vengono determinate le scelte della politica finanziaria.
Non possiamo assistere in silenzio al martellante affermarsi d’una cultura individualistica, anche in campo economico (cfr l’insistenza sulla riduzione della pressione fiscale), che descrive la libertà economica in termini di libertà dagli altri. Vera libertà, anche in campo economico, è non quella che esclude: è una libertà che è per la Vita di tutti.
In secondo luogo, le priorità di spesa devono essere orientate agli ambiti che favoriscano la dignità della vita di tutti: è inammissibile, per es., privilegiare e incentivare le spese militari della Difesa a scapito della spesa per settori, quali l’istruzione, le politiche sociali, il lavoro, la sanità, per i quali si compiono persino tagli.
Infine, insieme alla lotta all’evasione fiscale, riteniamo che sia doveroso lottare contro le forme di spreco che derivano dall’assenteismo, particolarmente gravoso, nella pubblica amministrazione.
Salvaguardia dei beni comuni (per es. l’acqua).
Valuteremo le scelte normative e le azioni chiare e concrete per la loro difesa dall'attacco di chi li tratta come merce e settore di speculazioni finanziarie, rendendoli non accessibili alle fasce sociali più deboli.
4. Il lavoro. La crescita degli impieghi temporanei e del business degli intermediari ha modificato la cultura del lavoro; è stato scelto un approccio che schiaccia la persona a funzione dell’economia. L’esito di questo orientamento, però, non riguarda solo la dimensione economica di chi lavora, contribuisce inoltre a generare sfiducia soprattutto in coloro che, affacciandosi al mondo del lavoro, sperimentano prima la frustrazione di tempi lunghi di disoccupazione e quindi la precarietà; in particolare nelle aree più deprivate economicamente del Paese. Le nuove generazioni, non potendo guardare al futuro in prospettiva, finiscono per vivere la precarietà come dimensione esistenziale complessiva.
Ma la precarietà ormai sta toccando anche coloro che sono già inseriti nel mondo del
lavoro. Non solo a causa della mobilità e della flessibilità – che paiono leggi ineluttabili dell’economia e che il più delle volte sono solo funzionali al profitto. La precarietà, anche per loro, sta diventando conseguenza di una condizione salariale sempre meno capace di sostenere il minimo vitale delle famiglie. E diventa sempre più precaria la stessa vita di chi lavora, col moltiplicarsi delle morti bianche e del numero enorme di invalidi per incidenti sul lavoro, nel contesto di un mercato che, in nome della competitività,
rende la sicurezza una specie di peso mal sopportabile, per una concorrenza che chiede ritmi frenetici e condizioni disumane.
Riteniamo, allora, che la persona del lavoratore debba riassumere centralità, nelle scelte di politica economica: combattendo seriamente la disoccupazione e il lavoro nero; ponendo limiti chiari al lavoro precario, alla flessibilità e alla mobilità; svolgendo una seria attività di prevenzione e di controllo nell’ambito della sicurezza; e garantendo un’incisiva politica mirante alla crescita del potere d’acquisto degli stipendi, dei salari e delle pensioni.
5. I giovani e l’istruzione. Disorientamento, mancanza di senso e sfiducia nel futuro
caratterizzano sempre più gli adolescenti e i giovani. La Scuola e l’Università, rispetto all’urgenza e alla portata dei problemi, appaiono poco capaci di dare risposte adeguate.
Di fronte a tale situazione, riteniamo punti irrinunciabili: una seria e obbligatoria formazione permanente dei dirigenti, degli insegnanti e del collaboratori; l’eliminazione degli sprechi legati ad aleatori corsi di aggiornamento e a progetti e iniziative varie, che spesso servono solo a favorire chi dovrebbe proporli.
Diciamo, inoltre, un no radicale alla logica della competitività, che trasforma le scuole – il cui fine dovrebbe essere il servizio culturale e formativo dei giovani - in aziende concorrenti tra loro e soggette a logiche di mercato, mentre si assiste al venir meno di un serio ed effettivo impegno formativo.
Prendiamo atto che recenti riforme hanno condotto ad un abbassamento della qualità
degli studi e al rafforzamento di una falsa idea della meritocrazia, che premia ingiustamente chi parte già in vantaggio e non aiuta gli ultimi e svantaggiati. Chiediamo un impegno supplementare a favore di questi ultimi, in particolare nei casi di estrema povertà culturale del contesto sociale in cui la scuola opera.
Rifiutando qualsiasi approccio “ideologico”, constatiamo gli effetti di politiche che hanno favorito in modo indiscriminato le scuole private (fatte salve significative singole realtà di qualità), che squalificano il processo formativo, avvantaggiando chi ha fatto dell’area scolastica spazio di affari. Chiediamo pertanto una chiara e non equivoca ridefinizione del ruolo della scuola pubblica in rapporto a quella privata, che rispetti in pieno il dettato costituzionale.
Per i giovani diplomati, laureati, specializzati e in cerca di lavoro, riteniamo fondamentale che sia ridotto il più possibile, con opportune iniziative di tirocinio retribuito, il sentimento di frustrazione dovuto alla lunga attesa per l’ingresso nel mondo del lavoro.
6. L’immigrazione. La questione degli immigrati non può continuare a essere affrontata solo a partire dalla loro incidenza nella vita economica del Paese (né tanto meno come un tema inerente alla sicurezza). Percepiamo sempre più chiaramente che così si favorisce – direttamente o meno – un montante razzismo, ipocritamente velato da paure e da una presunta concorrenza in campo lavorativo.
Riteniamo che legiferare in questa materia deve mostrare chiaramente che l’arrivo degli immigrati – oltre che una ineluttabile realtà storica – è anche un forte richiamo, per tutti, alla comune responsabilità per il diritto a una vita dignitosa per tutti gli abitanti del nostro mondo. Ed è anche un’occasione per un’intelligente politica di dialogo interculturale e interetnico, che favorisca la costruzione di ponti tra i popoli, nel rispetto dei diritti/doveri di cittadinanza garantiti dalla nostra Costituzione, dai Trattati europei e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Inoltre, poiché ormai l’Italia è diventato a pieno titolo un Paese d’immigrazione, è necessario andar oltre alle legislazioni d’emergenza e di contrasto (verso cui si rivolge lamaggior parte degli investimenti), per individuare percorsi miranti all’ integrazione e alla convivenza tra stranieri e con gli italiani.
In questo quadro il nostro Paese – che, partecipando al G8, contribuisce all’andamento dell’economia mondiale – deve attivarsi per una politica economica internazionale che, favorendo lo sviluppo delle economie locali, consenta il rallentamento della fuga delle persone dai loro Paesi. Allo stesso tempo riteniamo che il nostro Paese debba affrontare definitivamente il problema dei Centri di Permanenza Temporanea, che troppo spesso si sono dimostrati luoghi e strumenti di diminuzione dei diritti umani.
Sottolineiamo infine con forza che non è ulteriormente procrastinabile una legislazione che affronti la questione dei rifugiati: non è più sopportabile che persone richiedenti asilo corrano il rischio di essere rimpatriati in Paesi ove subiranno limitazioni della libertà, o addirittura la tortura e la morte.
7. Giustizia e carceri. Siamo coscienti che un problema di fondo, rispetto al superamento della fase di detenzione negli istituti di pena, è rimuovere le cause sociali della sofferenza e del dolore dei carcerati e delle loro famiglie. A causa dell’elevata percentuale sulla popolazione carceraria, il nostro focus è sulla “detenzione sociale”, composta da tossicodipendenti, immigrati, soggetti non integrati e in condizioni critiche (come malati di mente, senza fissa dimora, poveri senza alcuna risorsa). Hanno tutti in comune la precarietà della loro condizione, che non si cerca però di rimuovere; e certo non aprendo ad essi il carcere, nel quale quella condizione non può che peggiorare, diventando definitiva.
Riteniamo necessario avviare un percorso dal penale al sociale contro la dinamica opposta, nella consapevolezza che il riconoscimento dei diritti dei reclusi e il recupero della finalizzazione riabilitativa della pena, presuppongono necessariamente il contenimento dell'area della detenzione sociale (che è circa i due terzi della popolazione carceraria totale) e del crescente aumento della popolazione carceraria che ne deriva.
La crescita della detenzione sociale, la non risposta della penalizzazione in situazioni che hanno bisogno invece di maggiore attenzione e cura sociale, richiedono urgentemente un profondo ridimensionamento dell'area della penalità nelle materie che concorrono a formare quest’area, aprendola nel modo più efficace possibile alle misure alternative alla detenzione.
Più l'intervento sociale si arricchisce e dà risposte adeguate ai problemi e più l'area della penalità si può ridurre e contenere. I problemi sociali sono complessi e hanno bisogno di risposte che tengano conto di questa complessità: la risposta penale è elementare e brutale e, in effetti, una non-risposta.
La modifica della normativa penale sugli stupefacenti, e una revisione profonda della
legislazione sull’immigrazione, sono i passaggi che la politica deve affrontare con la massima tempestività, se si vuole evitare che la carcerazione sia la risposta alla precarietà sociale da parte di un sistema non più capace di fare a meno della supplenza del sistema penale.
8. Le povertà estreme e le nuove povertà. L’esasperazione della competitività, gli
sprechi di denaro pubblico e la crescente tendenza all’esclusione sociale rendono
sempre più gravi le condizioni di vita degli ultimi e determinano il formarsi di nuove povertà, economiche ed esistenziali: lavoratori e pensionati che non arrivano alla quarta settimana, anziani soli e abbandonati, disoccupati, inoccupati, lavoratori in nero, senza fissa dimora…
Nessuna politica rispettosa della persona umana può prescindere da salari, pensioni,
sussidi e strumenti che consentano a tutti una vita dignitosa. Un segno credibile in
questa direzione sarebbe una sostanziale riduzione di stipendi e compensi aggiuntivi
nel settore pubblico, inaccettabili a fronte di tante situazioni di difficoltà e sofferenza; ma riteniamo che anche le risorse recuperate dalla lotta contro l’evasione fiscale debbano contribuire a far diminuire le ingiuste ineguaglianze tra i cittadini.
9. La Sanità. Anche in questo campo riteniamo che sia inaccettabile la riduzione delle attività riguardanti la salute dei cittadini a logiche mercantili e aziendali. Più che mai in questo settore, la centralità della persona, nella condizione di malato, è valore irrinunciabile. Si va sempre più, invece, verso una privatizzazione della sanità, a scapito delle strutture pubbliche, che di fatto esclude soprattutto i cittadini più poveri.
Riteniamo che occorra perseguire, investendo risorse adeguate nella sanità pubblica, la centralità del diritto alla salute di tutti, da salvaguardare e assicurare con livelli qualitativi paritari in primo luogo per coloro che non hanno risorse economiche. Così come riteniamo che vada difesa la sanità pubblica dagli attacchi mediatici di quanti hanno interessi a pubblicizzarne le sole fragilità, per orientare l’utenza al privato.
10. La comunicazione sociale. Il declino politico, economico, sociale e culturale del
nostro Paese richiede risposte anche da parte dei mezzi di comunicazione sociale,
ambito in cui si giocano interessi crescenti, orientamenti, informazione libera. I media, soprattutto se pubblici, devono essere al servizio del bene comune, della democrazia, della giustizia sociale. È preoccupante l’esclusione della voce dei poveri e di coloro che vivono il disagio dell’amplificazione mediatica, consolidando
un’informazione/comunicazione narcotizzante rispetto ai reali problemi dei cittadini e formatrice di una sub-cultura consumista e qualunquista che tradisce i principi della nostra carta costituzionale e non promuove il consolidamento relazionale e di
trasmissione oggettiva del pensiero nel tessuto sociale, a presidio della crescita umana e culturale del nostro popolo.
Valuteremo nei prossimi giorni i programmi delle persone e dei soggetti politici che sipresentano al voto del prossimo 13-14 aprile, con particolare attenzione alle risposte concrete ai punti evidenziati, espressione concreta della nostra attività sociale quotidiana, nel “farci prossimo” alle donne e agli uomini colpiti da vecchie e nuove povertà, da vecchie e nuove esclusioni, da vecchie e nuove ingiustizie.
Con lo stesso spirito positivo di partecipazione, non ci esimeremo dal sottolineare le scelte politiche rispondenti alle istanze di questo documento.
Roma, 25 Marzo 2008
Jesuit Social Network - JSN
Via degli Astalli, 16 - 00186 Roma
Web: www.jsn.it
E-mail: info@jsn.it
Gli Enti membri del Jesuit Social Network – Italia
Ass. Animazione Quartiere Scampia – Napoli
Ass. Centro Astalli – Roma
Ass. Centro Astalli – Palermo
Ass. Centro Astalli – Catania
Ass. Centro Poggeschi – Bologna
Ass. Comunità Emmanuel – Lecce
Ass. Comunità di Vita Cristiana – Reggio Calabria
Ass. Figli in Famiglia – Napoli
Ass. “Fe y Alegria” - Roma
Ass. Ghihon onlus – Lecce
Ass. “Il Mulino” – Casole (FI)
Ass. Comunità Maranà-tha – Bologna
Ass. Sesta Opera San Fedele – Milano
Centro Animazione Missionaria – Napoli
Comunità Padri Gesuiti – Tirana (Albania)
Consultorio Centro La Famiglia – Napoli
Coop. Sociale “Dai Crocicchi” – Bologna
Coop. Sociale “Nuova Siloe” – Lecce
Fondazione Centro Astalli - Roma
Fondazione Culturale San Fedele – Milano
Fondazione MAGIS – Roma
Fondazione S. Ignazio – Trento
Fondazione San Marcellino – Genova
Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” – Palermo
Mov. Lega Missionaria Studenti – Roma
Scuola per Assistenti Sociali “F. S. D’Alcontres” – Modica (RG)
A risentirci,
Andrea Volpe
venerdì 28 marzo 2008
Qual'è il giusto rapporto tra fede e politica?
Quale è il giusto rapporto tra fede e politica?
La domanda nasce perché ho visto che il post “Tu per chi voti” (rintracciabile al fondo di tutti i post di questo blog) è inesorabilmente, e per certi aspetti giustamente, slittato sulla Legge 194 relativa all’interruzione volontaria della gravidanza.
Giacché ho capito che questo argomento è molto sentito, allora mi pare corretto creare un post specifico sulla questione del rapporto fede e politica, nel cui ambito tutti possiamo esprimerci, senza i limiti di una scelta elettorale.
E dal momento che non voglio tirarmi indietro dal dare un parere su questo spinoso ed antico problema, io per primo espongo il mio pensiero nella speranza, forse un po’ vana per la sensibilità dell’argomento, di non ricevere troppe critiche e invettive.
Comincio con l’affermare che i cattolici, come facenti parti del corpo sociale della nazione, hanno il diritto e l’obbligo di contribuire attivamente alla formazione delle leggi dello stato in forza dei loro convincimenti sociali, politici ed anche religiosi.
Mi trovo assolutamente d’accordo con Benedetto XVI, quando afferma che i cattolici devono assumersi le loro responsabilità in politica, fondandosi anche sulle loro convinzioni religiose.
Infatti, il cristiano opera nel mondo alla luce del suo credo religioso, che in ambito etico si rifà alla “legge naturale”, cioè al progetto divino inscritto nella creazione.
Tuttavia il cristiano vive in uno stato laico, nel cui ambito sono normative le cosiddette leggi positive, cioè quelle approvate dalla rappresentanza parlamentare, che esprime la volontà della maggioranza delle donne e degli uomini della nazione.
È anche bene non dimenticare che per noi cristiani la prospettiva secolare è addirittura presente nel noto detto di Gesù: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»(Mt 22,21b) e che quindi, di per sé, non può essere scartata da una visione religiosa esclusivista di ogni altra prospettiva, come avviene negli stati confessionali, cioè, per esempio, in diversi stati musulmani o, soprattutto in passato, anche in molti stati di ispirazione cristiana.
Ma allora che fare se legge positiva, generata dalla maggioranza parlamentare della nazione, e “legge naturale”, che il cristiano riconosce valida per cultura e per fede, entrano in rotta di collisione?
Certamente, giacché il cristiano è pure un cittadino, ha l’obbligo di contribuire alla formazione della maggioranza nella società dove vive. Se, però, nell’economia democratica di uno stato si viene a strutturare e ad essere vigente una legge positiva che confligge con la “legge naturale”, il cristiano non può che accettarne l’esistenza, anche se a livello personale non se ne avvale.
Tanto per comprendersi immediatamente, una facile esemplificazione è costituita dalla legge sul divorzio: i cristiani non praticano il divorzio, ma non possono impedire che altri vi ricorrano, qualora questa sia legge dello Stato.
Lo stesso vale per le norme relative alla fecondazione assistita, all’aborto o per quelle in discussione relative alla ricerca sulle cellule embrionali.
Questo è il mio punto di vista, che mi piacerebbe confrontare con quello di tanti altri.
Andrea Volpe
La domanda nasce perché ho visto che il post “Tu per chi voti” (rintracciabile al fondo di tutti i post di questo blog) è inesorabilmente, e per certi aspetti giustamente, slittato sulla Legge 194 relativa all’interruzione volontaria della gravidanza.
Giacché ho capito che questo argomento è molto sentito, allora mi pare corretto creare un post specifico sulla questione del rapporto fede e politica, nel cui ambito tutti possiamo esprimerci, senza i limiti di una scelta elettorale.
E dal momento che non voglio tirarmi indietro dal dare un parere su questo spinoso ed antico problema, io per primo espongo il mio pensiero nella speranza, forse un po’ vana per la sensibilità dell’argomento, di non ricevere troppe critiche e invettive.
Comincio con l’affermare che i cattolici, come facenti parti del corpo sociale della nazione, hanno il diritto e l’obbligo di contribuire attivamente alla formazione delle leggi dello stato in forza dei loro convincimenti sociali, politici ed anche religiosi.
Mi trovo assolutamente d’accordo con Benedetto XVI, quando afferma che i cattolici devono assumersi le loro responsabilità in politica, fondandosi anche sulle loro convinzioni religiose.
Infatti, il cristiano opera nel mondo alla luce del suo credo religioso, che in ambito etico si rifà alla “legge naturale”, cioè al progetto divino inscritto nella creazione.
Tuttavia il cristiano vive in uno stato laico, nel cui ambito sono normative le cosiddette leggi positive, cioè quelle approvate dalla rappresentanza parlamentare, che esprime la volontà della maggioranza delle donne e degli uomini della nazione.
È anche bene non dimenticare che per noi cristiani la prospettiva secolare è addirittura presente nel noto detto di Gesù: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»(Mt 22,21b) e che quindi, di per sé, non può essere scartata da una visione religiosa esclusivista di ogni altra prospettiva, come avviene negli stati confessionali, cioè, per esempio, in diversi stati musulmani o, soprattutto in passato, anche in molti stati di ispirazione cristiana.
Ma allora che fare se legge positiva, generata dalla maggioranza parlamentare della nazione, e “legge naturale”, che il cristiano riconosce valida per cultura e per fede, entrano in rotta di collisione?
Certamente, giacché il cristiano è pure un cittadino, ha l’obbligo di contribuire alla formazione della maggioranza nella società dove vive. Se, però, nell’economia democratica di uno stato si viene a strutturare e ad essere vigente una legge positiva che confligge con la “legge naturale”, il cristiano non può che accettarne l’esistenza, anche se a livello personale non se ne avvale.
Tanto per comprendersi immediatamente, una facile esemplificazione è costituita dalla legge sul divorzio: i cristiani non praticano il divorzio, ma non possono impedire che altri vi ricorrano, qualora questa sia legge dello Stato.
Lo stesso vale per le norme relative alla fecondazione assistita, all’aborto o per quelle in discussione relative alla ricerca sulle cellule embrionali.
Questo è il mio punto di vista, che mi piacerebbe confrontare con quello di tanti altri.
Andrea Volpe
Che BLOG vuoi?
Che BLOG vuoi?
E' solo da ieri che ho attivato questo BLOG, come un altro spazio di dibattito democratico, e mi pare che diversi amici lo stiano trovando utile, almeno a leggere gli interventi di qualità, che via via vanno prendendo corpo nelle risposte ai vari "post".
Chiedo agli amici se posso migliorare qualcosa nel BLOG o se vogliono contribuire direttamente immettendo o consigliandomi qualche nuovo argomento.
Abbracci,
Andrea Volpe
E' solo da ieri che ho attivato questo BLOG, come un altro spazio di dibattito democratico, e mi pare che diversi amici lo stiano trovando utile, almeno a leggere gli interventi di qualità, che via via vanno prendendo corpo nelle risposte ai vari "post".
Chiedo agli amici se posso migliorare qualcosa nel BLOG o se vogliono contribuire direttamente immettendo o consigliandomi qualche nuovo argomento.
Abbracci,
Andrea Volpe
Si può essere orgogliosi di essere spazzini?
Si può essere orgogliosi di essere spazzini?
In Spagna, una nazione che sta tornando ad essere dominante in Europa e nel mondo, lo sono!
Basta andare in una città spagnola per vedere con quale ostentazione e con quale compiacimento gli spazzini e le spazzine si adoperano per tenere puliti i luoghi e gli ambienti.
Ricordo che qualche mese fa ho incontrato una matura signora italiana, che aveva fatto fortuna commerciando in Spagna, che, quasi con stizza ed invidia insieme, mi parlava della "mania della pulizia" degli spagnoli!
Può sembrare esagerato, ma secondo me bisogna partire da qui per mettere un tassello significativo per la comprensione delle ragioni della rapida ascesa della Spagna nella scalata al club delle nazioni più ricche al mondo.
La pulizia è un indice culturale: il suo mantenimento deve essere vissuto come un dato essenziale della vita e non scaricato a lavoratori di basso rango.
Non sto chiedendo all'apprezzabile categoria degli spazzini nostrani di lavorare meglio e di più; sto, invece, chiedendo a tutti quanti noi, palermitani, siciliani e italiani, di considerare in una luce diversa e corretta il lavoro essenziale degli operatori ecologici.
Ma si è visto nei recenti fatti della Campania in che modo la mancanza di igiene pubblica si travasi direttamente, senza alcuna mediazione, in crisi economica, etica, sociale e politica!
Si può essere orgogliosi di essere spazzini?
Per quanto mi riguarda la risposta deve essere sì, se si vuole che anche l'Italia inverta la tendenza, dopo anni di decadenza economica e sociale. E per far questo è richiesto il coinvolgimento di tutti, nessuno escluso!
Andrea Volpe
In Spagna, una nazione che sta tornando ad essere dominante in Europa e nel mondo, lo sono!
Basta andare in una città spagnola per vedere con quale ostentazione e con quale compiacimento gli spazzini e le spazzine si adoperano per tenere puliti i luoghi e gli ambienti.
Ricordo che qualche mese fa ho incontrato una matura signora italiana, che aveva fatto fortuna commerciando in Spagna, che, quasi con stizza ed invidia insieme, mi parlava della "mania della pulizia" degli spagnoli!
Può sembrare esagerato, ma secondo me bisogna partire da qui per mettere un tassello significativo per la comprensione delle ragioni della rapida ascesa della Spagna nella scalata al club delle nazioni più ricche al mondo.
La pulizia è un indice culturale: il suo mantenimento deve essere vissuto come un dato essenziale della vita e non scaricato a lavoratori di basso rango.
Non sto chiedendo all'apprezzabile categoria degli spazzini nostrani di lavorare meglio e di più; sto, invece, chiedendo a tutti quanti noi, palermitani, siciliani e italiani, di considerare in una luce diversa e corretta il lavoro essenziale degli operatori ecologici.
Ma si è visto nei recenti fatti della Campania in che modo la mancanza di igiene pubblica si travasi direttamente, senza alcuna mediazione, in crisi economica, etica, sociale e politica!
Si può essere orgogliosi di essere spazzini?
Per quanto mi riguarda la risposta deve essere sì, se si vuole che anche l'Italia inverta la tendenza, dopo anni di decadenza economica e sociale. E per far questo è richiesto il coinvolgimento di tutti, nessuno escluso!
Andrea Volpe
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